E così tornammo a Roma
cinque anni dopo
stesso duo, stesso treno, stessi pacchi
ci lanciavamo su quelle rotaie rumorose tra sorrisi, ricordi e sha sha sha
Mi immergevo nella folla colorata
sguardi, posture, sensazioni
cercavo di leggere negli occhi della gente
un riflesso, un segnale
Ed era strano ritrovarsi lì,
ormai lavoratori, medici-in-carriera
testa di bambini
occhi ormai di adulti
Inventavamo "Nuove Identità"
Psicologi e tecnici di prevenzione
per chiedere, a questo o a quello
una strada già ben nota
E come sempre trovavo la giusta dimensione tra gli sconosciuti
tra coloro che ti guardano, ti ascoltano, ti parlano
con gli occhi della prima volta
zero filtri, zero buone-impressioni, zero preconcetti
sentivo attorno a me una meravigliosa
leggerezza...
e le note erano soltanto un meraviglioso pretesto
per essere in quella assurda fiumana
seduti per terra
sorseggiavo vodka martini
nella mia identità nuovadizecca
disquisivo di Melanie Klein e marchi CE
agorafobie
pattine antiscivolo
sapendodiresemprelacosapiùgradita
sapendoquandoèilcasod'indossareungiallocaschetto
Probabilmente avrebbe dovuto cantare la hit dell'estate
Cristiano Godano avrebbe fatto migliore figura
ma era bello così
che ci fosse qualcuno in grado di fartela scendere
Promesse difficilmente mantenibili
che sapevano di weekend ai confini con l'Africa
ci lasciavamo alle spalle compagnie
Nuvole di Fumo Senza Coda
Herb Hunter pescava due volte
La canzoncina ci guidava
il flusso decretava San Lorenzo
Via dei Sabelli ci accolse
come Manna dal Cielo
Paradiso nascosto, paradiso perduto
seduti in quella piazza a fumar sigarette
contemplavo antichi vasi
Mads e trentadue
Intensificatori di brillanza
Butelle e bolognesi
era bello potersi innamorare per un istante
energetici ingegnerismi
rivelare identità
E fu così che scoprimmo la perduta Atlantide
ci portava il flusso
noi a nostro agio
sapevamo, con occhi diversi
che quanto hai costruito nella vita,
quanto hai gettato nella vita
ti concede il dono più grande
avere gli strumenti per potersi reinventare
per sapersi inventare
ovunque e comunque
il colore attorno a te può essere il tuo
voglia di birre e di caffèdoppi
di surrealismi e di novità
la percezione dell'incredulo
dell'unicità di quanto accadente
in macchine sconosciute
nessuna paura
era meraviglioso rispondere no
non sono sicuro, non è così importante
esplorare forti
seduti per terra
tra castigliani e senzaterra
cittadini della notte
inquilini dell'assurdo
esploratori del surreale
nessun sogno
in quella dimensione così onirica
perchè si può sempre entrare in dimensioni nuove e fluttuanti
basta soltanto sentirsi
leggeri
lontani
avere occhi diversi per vivere le stesse cose con modalità divergenti
cinque anni fa mi cullavo
su quelle meravigliose bolle di sapone
a strapparsi i respiri
senza più restituirli
e mi crogiolavo nel nondetto
nei rapporti nonvissuti
ed è bello adesso
sapersi modellare
senza perdere di vista quel personalissimo e incantato punto di vista sul mondo
che rende ogni dettaglio significante
che manda in memoria libri interi di parole
perché 12 ore possono essere immense
e dense di vita, quella vera
anche quando continui a ritrovarti al punto di partenza
volta dopo volta
sguardo dopo sguardo
Mentre vivevamo quella notte così fluida
ci ripetevamo senza sosta
è persino più bello d'allora
di quel primo di maggio 2005 che aprì le porte al surreale
La hit dell'estate suonava incessantemente
Here come Psich & Tech
venerdì 14 maggio 2010
martedì 23 febbraio 2010
Iperlassismi
Percepisco una punta di disappunto nel mio notare come questo blog, che avrebbe dovuto segnare nel tempo gli istanti da conservare per poi raccontarli con ancora i colori intatti e vividi, condividerli insomma, riscoprirmi, stia inesorabilmente scivolando verso un lassismo da cui momentaneamente non appaio capace di evadere.
E forse a spingermi a scrivere sono le note del Vortice dei MK su cui mi sto sintonizzando, forse l'imminente 13 Aprile che potrebbe offrirmi una clamorosa Second Way per tracciare una nuova vita professionale e geograficosociale. Oppure è più probabilmente quell'aria di primavera imminente, che annuso a pieni polmoni mentre inalo tiri di John Player, Marzo che è per me tradizionalmente periodo favorevole per slatentizzare una ciclotimia che mi porto dentro sin da bambino.
Fino a pochi giorni fa ero a Roma, a specchiarmi in un Tevere su cui si riflettevano le luci della Città Eterna. Una melodiana suonava una delle versione di Con te partirò che sarebbe stata molto più degna di altre, attorno a me sciamava lo scorrere delle persone. Era un piacevole turbine, di suoni e di voci e di idiomi. Mi fermavo, seduto su una micropanchina con la mia compagna di viaggio a parlare Catalano con un gruppo di olandesi, tutto intorno il vociare, i sorrisi, le birre, le canzoni, le persone sedute sui gradini portavano alla mia mente ricordi di Primo Maggio, di un viaggio in treno senza mezze pretese, avevo appena letto Due di Due, ci fermammo davanti all'unico vagone che era lì per noi; dentro, due ragazze leggevano Dylan Dog. Fermiamoci qui, pensai. il resto è storia di un mese surreale, che generò un erasmus surreale, una vita surreale.
Ed è proprio dal centro delle secche che mi chedo quale sia la strada. Fermarmi e lottare per cambiare qualcosa qui dove sono ora, o racchiudere il mio mondo in una valigia e dedicarmi all'ennesima incompiuta della mia vita, partire col mio paquete de sueños debajo el brazo, en busca de la locura, de la tristeza, de la alegria, de el surrealismo, de los arrepientimentos, de el amor, de la felicidad.
Non ho mai smesso di pensare a questa pagina, ho trovato scuse francamente ridicole per non aggiornarla. L'ho fatto su un foglio di corvi volanti, nel centro di un albergo iperlussuoso mentre attorno a me i più grandi psichiatri italiani disegnavano sapienti linee guida.
E gli appunti che disegnavo sul foglio recitavano cosí
-Il meraviglioso mondo della Pediatria
-La festa delle Medie a cui non sono andato mai
-Conversazioni surrealiste, parte ennesima: e sembrava di stare in un film di Muccino
-Il burnout attraverso lo specchio, ovvero, la giusta dimensione
-Telematica Decadenza
-La Primavera di Roma
Questi erano probabilmente gli interventi, i ricordi che avrei dovuto scrivere, e che rimarranno perlomeno in forma nominale, per non dimenticare.
Ed io vorrei soltanto riprendere a scorrere in maniera poco placida, in vortici di cui non vedo la fine ma di cui sento la realtá. Forse devo soltanto cambiare strada, saltare nel buio, ricominciare da zero, ancora una volta, altrove. Forse devo soltanto aspettare la Primavera, e i viraggi ipomaniacali che ne conseguono. Forse devo soltanto tornarmene a Roma, a Figline, a Milano, in tutti quei posti che mi hanno regalato un'emozione autentica. O forse devo soltanto aprirmi e fidarmi, come mi ha consigliato il mio migliore amico.
O forse devo soltanto accettare tutto questo, perchê es lo que hay, e da qualche parte mi condurrá.
Non lo so.
Nel dubbio ho posto tutte queste domande ad un cucciolo. Tremava, abbracciato alle mie mani, mi ha ascoltato. Ha aperto gli occhi, ha detto "Miu".
Confesso di non aver capito bene cosa intendesse dire.
E forse a spingermi a scrivere sono le note del Vortice dei MK su cui mi sto sintonizzando, forse l'imminente 13 Aprile che potrebbe offrirmi una clamorosa Second Way per tracciare una nuova vita professionale e geograficosociale. Oppure è più probabilmente quell'aria di primavera imminente, che annuso a pieni polmoni mentre inalo tiri di John Player, Marzo che è per me tradizionalmente periodo favorevole per slatentizzare una ciclotimia che mi porto dentro sin da bambino.
Fino a pochi giorni fa ero a Roma, a specchiarmi in un Tevere su cui si riflettevano le luci della Città Eterna. Una melodiana suonava una delle versione di Con te partirò che sarebbe stata molto più degna di altre, attorno a me sciamava lo scorrere delle persone. Era un piacevole turbine, di suoni e di voci e di idiomi. Mi fermavo, seduto su una micropanchina con la mia compagna di viaggio a parlare Catalano con un gruppo di olandesi, tutto intorno il vociare, i sorrisi, le birre, le canzoni, le persone sedute sui gradini portavano alla mia mente ricordi di Primo Maggio, di un viaggio in treno senza mezze pretese, avevo appena letto Due di Due, ci fermammo davanti all'unico vagone che era lì per noi; dentro, due ragazze leggevano Dylan Dog. Fermiamoci qui, pensai. il resto è storia di un mese surreale, che generò un erasmus surreale, una vita surreale.
Ed è proprio dal centro delle secche che mi chedo quale sia la strada. Fermarmi e lottare per cambiare qualcosa qui dove sono ora, o racchiudere il mio mondo in una valigia e dedicarmi all'ennesima incompiuta della mia vita, partire col mio paquete de sueños debajo el brazo, en busca de la locura, de la tristeza, de la alegria, de el surrealismo, de los arrepientimentos, de el amor, de la felicidad.
Non ho mai smesso di pensare a questa pagina, ho trovato scuse francamente ridicole per non aggiornarla. L'ho fatto su un foglio di corvi volanti, nel centro di un albergo iperlussuoso mentre attorno a me i più grandi psichiatri italiani disegnavano sapienti linee guida.
E gli appunti che disegnavo sul foglio recitavano cosí
-Il meraviglioso mondo della Pediatria
-La festa delle Medie a cui non sono andato mai
-Conversazioni surrealiste, parte ennesima: e sembrava di stare in un film di Muccino
-Il burnout attraverso lo specchio, ovvero, la giusta dimensione
-Telematica Decadenza
-La Primavera di Roma
Questi erano probabilmente gli interventi, i ricordi che avrei dovuto scrivere, e che rimarranno perlomeno in forma nominale, per non dimenticare.
Ed io vorrei soltanto riprendere a scorrere in maniera poco placida, in vortici di cui non vedo la fine ma di cui sento la realtá. Forse devo soltanto cambiare strada, saltare nel buio, ricominciare da zero, ancora una volta, altrove. Forse devo soltanto aspettare la Primavera, e i viraggi ipomaniacali che ne conseguono. Forse devo soltanto tornarmene a Roma, a Figline, a Milano, in tutti quei posti che mi hanno regalato un'emozione autentica. O forse devo soltanto aprirmi e fidarmi, come mi ha consigliato il mio migliore amico.
O forse devo soltanto accettare tutto questo, perchê es lo que hay, e da qualche parte mi condurrá.
Non lo so.
Nel dubbio ho posto tutte queste domande ad un cucciolo. Tremava, abbracciato alle mie mani, mi ha ascoltato. Ha aperto gli occhi, ha detto "Miu".
Confesso di non aver capito bene cosa intendesse dire.
domenica 3 gennaio 2010
Non vedo, non sento, non parlo
La prima immagine è in un affollato locale Bolognese, ritrovo abituale d'Erasmus ed anche mio, fino a qualche anno fa (bisogna anche dire che proprio lì si svolse uno dei passaggi fondamentali di uno degli eventi più surreali che ricordi, ma questa è un'altra storia).
Lì, sorseggiando coca e montenegro (sic !), io ed Espazz -tale infatti, sarebbe stato castiglianizzato il suo nome- partorimmo l'idea del Patto di Sangue.
Una stretta di mano ed un brindisi. Vada come vada, noi partiremo. Carichi "che la metà basta".
Erano infatti giunti messaggi ben precisi in tal senso. Le vite ben tracciate che improvvisamente - ops ! - sussultano disarcionandoti. E dopo un'aulica culata sul metaforico ghiaccio entrambi avevamo notato le nostre piacevoli ed artificiose costruzioni essersi scomposte. Si era pertanto giunti in uno di quei Momenti di Transizione che tanto ben si conciliano con l'idea del Viaggio.
E dove andarcene se non a Barcellona, laddove avevo vissuto tempo addietro (lo stesso E. ne conosceva lo spirito, essendo transitato di lì proprio in quel periodo) e dove ero ancora tornato da tre anni e mezzo per precisa scelta ? Tutto riconduceva lì: il capodanno, le ferie, e soprattutto la consapevolezza che avrei potuto ritrovare un ambiente familiare, perché coloro con cui avevo diviso quell'esperienza meravigliosa chiamata Erasmus proprio a BCN si erano - chi prima, chi dopo - trasferiti a vivere.
Seguirono scambi di messaggi febbrili, nell'attesa, nella promessa, nella gioia di leggere "penso a tutto io".
Ed eccoci sul BarcelonaBus, imprimere foto nella retina, e da lì scendere di corsa all'Arc de Triomf, per un abbraccio che sapeva di amicizia vera: il nostro ospite era lì, probabilmente cresciuto, ma esattamente come io lo ricordavo (del resto, ci eravamo anche visti nel frattempo: ma nella serata più vera, parola dopo parola, incappammo in un terribile prodigio, il Marchese bevuto alla goccia. Pertanto nessuno dei due sa nulla di quella sera, ed anzi, entrambi si tende a dimenticarne l'esistenza).
Realizzavo di essere a casa - credo lo realizzassero un po' tutti visto che continuavo a gridarlo ai quattro venti - come non lo ero stato mai, nemmeno mentre vivevo lì. E del resto è un argomento che avremmo adeguatamente sviscerato con il Dr. E., a cena, nel verde dell'universitat, nel gracidio di un locale affollato immersi nei fumi dell'alcol, insomma ovunque: sono le percezioni che abbiamo degli eventi a qualificarli, a farci scegliere se crederci aquile o polli indipendentemente da cosa siamo davvero.
Barcelona aveva finalmente una forma a me chiara, ne coglievo le sfumature, la leggevo e da Lei mi lasciavo leggere. Sorridevo, camminavo tra quelle vie strette e familiari, ne ascoltavo ogni sussurro, ne respiravo ogni fragranza ("Ah, si stava parlando di merda qui !"), mi divertivo ad incrociare le persone, consapevole fluido in un torrente che scorre non importa verso dove. Non argini da erigere ! Semplice dissolvenza che ti trattiene in un posto a fissare il nulla soltanto perché "qui si sta bene".
E' per me estremamente difficile rimettere in ordine un turbine di eventi che ordine non ha. Dalla prima notte, finiti per caso al Jamboree, scoprivo quanto era facile vivere la Barcellona di notte se sei giovane, fondamentalmente contento di essere lì e con il cervello disconnesso. A tutto il resto, pensava il Patto. Collezionavamo respiri, ed in seguito sarebbe stato importante analizzare in seduta l'eclatanza dei casi: come da una moneta da venti centesimi regalata ad uno sconosciuto si possa comprendere non dico il mondo intero, ma le reazioni degli altri talvolta. Avrei capito che non si cerca la propria dimensione nello specchio degli occhi dell'altro.
Ed altre frasi ed altre immagini si sarebbero alternate in rapida successione: il Negro de la Calle, le birre offerte a giro che quantipiusiamopiuneprendiamo, e tornare al Marsella e all'Oveja, e gli amici di Marco, e quell'istante di pura gentilezza che mi avrebbe sconvolto (ed emozionato realmente, e questo lo avrei capito soltanto più tardi), ci immergevamo di bar in bar, di piazza in piazza, vivendo ogni istante per ciò che era. Ed era bello vedere Wawa e Celine che ricostruivano gli spostamenti miei e di E., nel tentare di capire perché qualcuno aveva suonato al citofono "nel cuore della notte" (alle 7.30 di mattina, avrei ingenuamente obiettato). Era bello mescolarsi ad un gruppo di sconosciuti e sentirli cantare tutti insieme, gentilissimi come se mi avessero conosciuto da sempre, ed era bello persino l'imprevisto del volere un imprevisto. O ancora, rientrare a casa e trovare quei volti familiari, dire Wellington, o Canberra, o Delhi e respirare a pieni polmoni tutti insieme.
Es lo que hay, sarebbe stata la grande lezione di questi giorni di pura follia.
E infine scene in ordine sparso, da fissare nei ricordi. Quei lacrimoni di una ragazza che aveva appena perso chiavi, monedero e DNI, e l'abbraccio che mi regalò poi; il grande cuore Italiano, talvolta insopportabile, talvolta farsesco nel suo inno calcistico, ma nell'istante del bisogno si illuminò di luce divina come suonassero organi sacri; ballare sulle note dei Muse; trovarsi in un bar e capire che non è una scommessa con se stessi che ha come fine la riuscita, ma conoscersi e spingersi sempre un po' più in là, avere quell'iniezione di coraggio liquido che ci fa capire che lo specchio dell'altro riflette sempre in prima istanza se stesso. E di fronte a un para que ? si può sempre sorridere
por que es lo que hay
Lì, sorseggiando coca e montenegro (sic !), io ed Espazz -tale infatti, sarebbe stato castiglianizzato il suo nome- partorimmo l'idea del Patto di Sangue.
Una stretta di mano ed un brindisi. Vada come vada, noi partiremo. Carichi "che la metà basta".
Erano infatti giunti messaggi ben precisi in tal senso. Le vite ben tracciate che improvvisamente - ops ! - sussultano disarcionandoti. E dopo un'aulica culata sul metaforico ghiaccio entrambi avevamo notato le nostre piacevoli ed artificiose costruzioni essersi scomposte. Si era pertanto giunti in uno di quei Momenti di Transizione che tanto ben si conciliano con l'idea del Viaggio.
E dove andarcene se non a Barcellona, laddove avevo vissuto tempo addietro (lo stesso E. ne conosceva lo spirito, essendo transitato di lì proprio in quel periodo) e dove ero ancora tornato da tre anni e mezzo per precisa scelta ? Tutto riconduceva lì: il capodanno, le ferie, e soprattutto la consapevolezza che avrei potuto ritrovare un ambiente familiare, perché coloro con cui avevo diviso quell'esperienza meravigliosa chiamata Erasmus proprio a BCN si erano - chi prima, chi dopo - trasferiti a vivere.
Seguirono scambi di messaggi febbrili, nell'attesa, nella promessa, nella gioia di leggere "penso a tutto io".
Ed eccoci sul BarcelonaBus, imprimere foto nella retina, e da lì scendere di corsa all'Arc de Triomf, per un abbraccio che sapeva di amicizia vera: il nostro ospite era lì, probabilmente cresciuto, ma esattamente come io lo ricordavo (del resto, ci eravamo anche visti nel frattempo: ma nella serata più vera, parola dopo parola, incappammo in un terribile prodigio, il Marchese bevuto alla goccia. Pertanto nessuno dei due sa nulla di quella sera, ed anzi, entrambi si tende a dimenticarne l'esistenza).
Realizzavo di essere a casa - credo lo realizzassero un po' tutti visto che continuavo a gridarlo ai quattro venti - come non lo ero stato mai, nemmeno mentre vivevo lì. E del resto è un argomento che avremmo adeguatamente sviscerato con il Dr. E., a cena, nel verde dell'universitat, nel gracidio di un locale affollato immersi nei fumi dell'alcol, insomma ovunque: sono le percezioni che abbiamo degli eventi a qualificarli, a farci scegliere se crederci aquile o polli indipendentemente da cosa siamo davvero.
Barcelona aveva finalmente una forma a me chiara, ne coglievo le sfumature, la leggevo e da Lei mi lasciavo leggere. Sorridevo, camminavo tra quelle vie strette e familiari, ne ascoltavo ogni sussurro, ne respiravo ogni fragranza ("Ah, si stava parlando di merda qui !"), mi divertivo ad incrociare le persone, consapevole fluido in un torrente che scorre non importa verso dove. Non argini da erigere ! Semplice dissolvenza che ti trattiene in un posto a fissare il nulla soltanto perché "qui si sta bene".
E' per me estremamente difficile rimettere in ordine un turbine di eventi che ordine non ha. Dalla prima notte, finiti per caso al Jamboree, scoprivo quanto era facile vivere la Barcellona di notte se sei giovane, fondamentalmente contento di essere lì e con il cervello disconnesso. A tutto il resto, pensava il Patto. Collezionavamo respiri, ed in seguito sarebbe stato importante analizzare in seduta l'eclatanza dei casi: come da una moneta da venti centesimi regalata ad uno sconosciuto si possa comprendere non dico il mondo intero, ma le reazioni degli altri talvolta. Avrei capito che non si cerca la propria dimensione nello specchio degli occhi dell'altro.
Ed altre frasi ed altre immagini si sarebbero alternate in rapida successione: il Negro de la Calle, le birre offerte a giro che quantipiusiamopiuneprendiamo, e tornare al Marsella e all'Oveja, e gli amici di Marco, e quell'istante di pura gentilezza che mi avrebbe sconvolto (ed emozionato realmente, e questo lo avrei capito soltanto più tardi), ci immergevamo di bar in bar, di piazza in piazza, vivendo ogni istante per ciò che era. Ed era bello vedere Wawa e Celine che ricostruivano gli spostamenti miei e di E., nel tentare di capire perché qualcuno aveva suonato al citofono "nel cuore della notte" (alle 7.30 di mattina, avrei ingenuamente obiettato). Era bello mescolarsi ad un gruppo di sconosciuti e sentirli cantare tutti insieme, gentilissimi come se mi avessero conosciuto da sempre, ed era bello persino l'imprevisto del volere un imprevisto. O ancora, rientrare a casa e trovare quei volti familiari, dire Wellington, o Canberra, o Delhi e respirare a pieni polmoni tutti insieme.
Es lo que hay, sarebbe stata la grande lezione di questi giorni di pura follia.
E infine scene in ordine sparso, da fissare nei ricordi. Quei lacrimoni di una ragazza che aveva appena perso chiavi, monedero e DNI, e l'abbraccio che mi regalò poi; il grande cuore Italiano, talvolta insopportabile, talvolta farsesco nel suo inno calcistico, ma nell'istante del bisogno si illuminò di luce divina come suonassero organi sacri; ballare sulle note dei Muse; trovarsi in un bar e capire che non è una scommessa con se stessi che ha come fine la riuscita, ma conoscersi e spingersi sempre un po' più in là, avere quell'iniezione di coraggio liquido che ci fa capire che lo specchio dell'altro riflette sempre in prima istanza se stesso. E di fronte a un para que ? si può sempre sorridere
por que es lo que hay
Por cada papel que se acabe, hay una otra escena que empieza
Mi è già capitato di aprire dei blog.
http://senzastelle.spaces.live.com/blog/cns!5ED4B953D977EA91!105.entry
http://statidicoscienza.spaces.live.com/blog/cns!C2A859925D3FFB58!135.entry
Mi era capitato di pubblicare dei micromanifesti, per descrivere quello che l'eventuale lettore si sarebbe trovato davanti. Una sorta di disclaimer: non aspettatevi contenuti pratici che non ve ne saranno.
Questa volta non lo farò. Perché continuo a pensare che il blog sia un'esigenza personale, un desiderio di focalizzare o imprimere ricordi, pensieri, impressioni. Ed anche perché, contrariamente agli altri, questa pagina nasce per la precisa richiesta di un amico di ricominciare a scrivere dopo un tempo indefinito. Una serie di coincidenze ha poi rafforzato l'idea.
E dunque si cominci, che per ogni scena che termini un altro debutto è possibile.
La scrittura come igiene mentale (I. Svevo)
http://senzastelle.spaces.live.com/blog/cns!5ED4B953D977EA91!105.entry
http://statidicoscienza.spaces.live.com/blog/cns!C2A859925D3FFB58!135.entry
Mi era capitato di pubblicare dei micromanifesti, per descrivere quello che l'eventuale lettore si sarebbe trovato davanti. Una sorta di disclaimer: non aspettatevi contenuti pratici che non ve ne saranno.
Questa volta non lo farò. Perché continuo a pensare che il blog sia un'esigenza personale, un desiderio di focalizzare o imprimere ricordi, pensieri, impressioni. Ed anche perché, contrariamente agli altri, questa pagina nasce per la precisa richiesta di un amico di ricominciare a scrivere dopo un tempo indefinito. Una serie di coincidenze ha poi rafforzato l'idea.
E dunque si cominci, che per ogni scena che termini un altro debutto è possibile.
La scrittura come igiene mentale (I. Svevo)
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